a cura di DOM- liberamente ispirato al film di Peter Weir Picnic at Hanging Rock set design, testi e regia: Leonardo Delogu, Valerio Sirna collaborazione alla creazione e performer: Chiara Aru, Violetta Cottini, Filippo Gonnella, Carlotta Sofia Grassi, Sara Saccotelli in dialogo con: Daniela Angelucci, Emanuela Freire sound design: Lemmo luci: Valeria Foti supporto tecnico: Mael Veisse cura del cibo: Angelica Stimpf produzione: Sardegna Teatro, Fuorimargine - Centro di Produzione di Danza e Arti Performative della Sardegna
durata 3 h
Darkness Picnic è il primo di una serie di lavori che la compagnia DOM- dedica alla centralità e al valore politico del desiderio, della vita erotica, delle conseguenze radicali dei processi di liberazione individuali e collettivi in tempi di passioni tristi, dentro una torsione autoritaria delle società occidentali. La cornice è quella di un picnic, un’abitazione leggera dello spazio, morbida e visionaria. Darkness picnic riporta al presente Picnic a Hanging Rock, romanzo della scrittrice australiana Joan Linsday, trasposto in una versione cinematografica di culto negli anni Settanta da Peter Weir. Nella riscrittura di DOM-, lo spettacolo si articola in due parti. Nel prologo, allestito nel buio di un teatro o di una sala cinematografica, il pubblico ascolta, per circa 30 minuti, una conversazione tra due amiche, una psicanalista e una filosofa di estetica. Nella composizione sonora curata da Lemmo, attraverso un processo di libera associazione, le due affrontano i nodi tematici del film e del romanzo: la forma sociale del picnic, la seduzione e l’erotica dei corpi fuori posto, la forza di attrazione esercitata dal paesaggio, il perdersi nel buio e nell’oscurità, il cedere alla chiamata del fuori per liberarsi delle costrizioni di un presente vittoriano - metafora del nostro presente - intriso di violenza patriarcale, coloniale ed ecocida. Di tanto in tanto, qualche raggio di luce rischiara lo spazio e appare il profilo scintillante di una montagna scura. Alla fine di questa immersione sonora, le luci si alzano e compaiono dei cestini da picnic. Il pubblico è invitato a raccogliere i cestini per raggiungere il luogo in cui è allestito un vero e proprio picnic (all’aperto nella versione outdoor, sul palco del teatro nella versione indoor). L’estetica del picnic decostruisce gli elementi tipici dell’epoca vittoriana in chiave contemporanea: preziose tovaglie di pizzo, cuscini merlettati, bicchieri di cristallo e piatti di porcellana, vasi di fiori. Il cibo è imbandito al centro del grande telo nero che accoglie il pubblico, in un sontuoso banchetto: vini e bevande, pasticci salati, torte a forme di cuore, gelatine, confetti, creme e sformati. Il cibo è tutto nero, come un buio da mangiare. Per circa 45 minuti il pubblico, senza ricevere alcuna indicazione, mangia, beve e chiacchiera, accordando il corpo con lo stare semplice, morbido e rilassato del picnic. Poi cinque performer, fino a quel momento camuffate tra le spettatrici e gli spettatori, guadagnano il centro. Una di loro, con la scusa di lanciare un brindisi all’amore, prende l’attenzione e comincia a raccontare una storia. Da questo momento in poi, le performer conducono il pubblico in un viaggio onirico che evoca le scene e le immagini del film e del romanzo Picnic a Hanging Rock. La montagna appare, in tutta la sua perturbante potenza, attraverso le voci delle ragazze, che progressivamente sprofondano dentro il racconto e ne diventano le protagoniste. La tensione si alza, il bordo tra realtà e finzione sfuma, ogni elemento porta a dubitare di tutto. Rielaborando i lemmi estetici del film - la sospensione, i grandi silenzi, gli sguardi allusivi persi nel vuoto - la recitazione oscilla tra il languore del sogno e la concretezza scanzonata dell’adolescenza. Le voci e i corpi delle performer accompagnano il pubblico in una sorta di ipnosi collettiva: si sale, tra le fessure della roccia, fino alla sparizione, al buio, all’incendio. La parte del racconto ha la durata di un’ora, al termine della quale il pubblico viene riaccompagnato al luogo dell’inizio
ENG
Darkness Picnic is the first in a series of works by the company DOM- dedicated to the centrality and political value of desire, erotic life, and the radical consequences of individual and collective processes of liberation in times of “sad passions,” within an authoritarian twist in Western societies. Its frame is that of a picnic--a light, soft, visionary inhabitation of space. Darkness Picnic brings Picnic at Hanging Rock back into the present, the novel by Australian writer Joan Lindsay, adapted in the 1970s into a cult film by Peter Weir. In the DOM- rewriting, the performance unfolds in two parts. In the prologue, set in the darkness of a theatre or cinema, the audience listens for about 30 minutes to a conversation between two friends, a psychoanalyst and an aesthetics philosopher. In the sound composition curated by Lemmo, through a process of free association, the two women explore the thematic knots of the film and novel: the social form of the picnic, the seduction and eroticism of bodies out of place, the magnetic force of the landscape, the act of getting lost in darkness and obscurity, the surrender to the call of the outside in order to free oneself from the constraints of a Victorian present — a metaphor for our own — steeped in patriarchal, colonial, and ecocidal violence. From time to time, a few rays of light illuminate the space, revealing the shimmering outline of a dark mountain. At the end of this sonic immersion, the lights rise and picnic baskets appear. The audience is invited to pick them up and reach the place where an actual picnic is set (outdoors in the outdoor version, on the theatre stage indoors). The aesthetic of the picnic deconstructs the typical elements of the Victorian era in a contemporary key: precious lace tablecloths, embroidered cushions, crystal glasses and porcelain plates, flower vases. The food is arranged at the centre of a large black cloth that welcomes the audience, forming a sumptuous banquet: wines and drinks, savoury pies, heart- shaped cakes, jellies, sugared almonds, creams, and moulds. All the food is black, like darkness one can eat. For about 45 minutes the audience, without receiving any instruction, eats, drinks, chats, bringing their bodies into tune with the simple, soft, relaxed being of the picnic. Then five performers, until that moment camouflaged among the spectators, move to the centre. One of them, under the pretext of offering a toast to love, gathers everyone’s attention and begins to tell a story. From that moment on, the performers lead the audience on a dreamlike journey that evokes scenes and images from Picnic at Hanging Rock. The mountain appears in its uncanny power through the voices of the girls, who progressively sink into the narrative and become its protagonists. The tension rises, the boundary between reality and fiction blurs, every element drives one to doubt everything. Reworking the aesthetic lexicon of the film—the suspension, the great silences, the allusive gazes lost in the void—the acting oscillates between the languor of the dream and the playful concreteness of adolescence. The performers’ voices and bodies guide the audience into a sort of collective hypnosis: ascending, through rock fissures, toward disappearance, darkness, fire. The storytelling part lasts one hour, after which the audience is guided back to the starting point.